Divario salariale

Stipendi in calo in Italia: un confronto con l’Europa

Stagnazione salariale in Italia: i dati OCSE evidenziano un trend preoccupante.

Stipendi in calo in Italia: un confronto con l’Europa

Un caso unico in Europa e nell’intero Occidente. I salari italiani subiscono da anni una stagnazione che non ha pari tra le principali economie avanzate. Secondo l’Ocse, tra il 1990 e il 2024, le retribuzioni lorde reali per dipendente equivalente a tempo pieno sono diminuite dell’1,6%, mentre nello stesso periodo sono aumentate del 33,4% in Francia, del 32,9% in Germania, del 12,9% in Spagna e di oltre il 50% negli Stati Uniti. Se invece si guarda alla retribuzione annua media di tutti i lavoratori del settore privato, la flessione arriva al 6,6%, anche per effetto della crescente diffusione del part-time e dei rapporti di lavoro discontinui. Uno scenario che ha eroso il potere d’acquisto delle famiglie italiane.

L’esplosione del part-time e della precarietà

Il vero problema italiano, secondo la nota, non è soltanto che gli stipendi crescono poco. A pesare è anche la trasformazione del mercato del lavoro, con un aumento del part-time e dei rapporti di lavoro discontinui. Nel 1990, il lavoro part-time rappresentava appena il 4,1% dell’occupazione dipendente, mentre nel 2024 questa quota è salita al 30,2%. Una modalità di lavoro che interessa soprattutto le donne: nello scorso anno riguardava il 44,6% delle dipendenti del settore privato. Anche i contratti a termine sono aumentati sensibilmente, passando dal 12,1% del 1998 al 27,3% del 2024.

La prima evidenza che emerge dal rapporto è che la perdita di potere d’acquisto non ha colpito tutti allo stesso modo. Nel campione analizzato dall’ufficio parlamentare di bilancio, la distanza tra chi guadagna di più e chi guadagna di meno si è ampliata in modo significativo. La fascia meno pagata registra un calo di oltre il 40% delle retribuzioni annue reali rispetto al 1990, mentre per il lavoratore “medio” la perdita si aggira intorno al 13%.

Il crollo delle retribuzioni nel settore dei servizi

Ad avvalorare questa tesi, il rapporto confronta due comparti chiave dell’economia italiana. I lavoratori impiegati nell’industria e nelle costruzioni mostrano, nel complesso, una sostanziale tenuta delle retribuzioni reali, con un incremento medio del 16,5% nel periodo 1990-2026. Nel settore dei servizi, invece, si registra una contrazione media del 20,9%. Ed è proprio il terziario a concentrare oggi la maggior parte dei lavoratori italiani. Secondo l’UPB, una parte importante di questa differenza è legata alla diversa struttura dell’occupazione: nei servizi il part-time e i rapporti di lavoro discontinui sono molto più diffusi rispetto all’industria e questo incide sulle retribuzioni annuali.

Il problema della contrazione salariale, quindi, non riguarda indistintamente tutti i lavoratori. Chi ha un impiego stabile, a tempo pieno e per tutto l’anno ha visto in media aumentare le retribuzioni reali, soprattutto nell’industria, mentre le perdite più marcate si concentrano tra chi alterna periodi di lavoro e inattività e tra i lavoratori part-time, in particolare nel settore dei servizi.