C’era anche una “cellula bresciana” del potente clan albanese Cela dietro il traffico di cocaina che, per anni, ha rifornito il lago di Garda e buona parte del Nord Italia. Ora, a quasi due anni dal maxi blitz della Polizia di Stato, arriva il primo verdetto: il 21 luglio il gup ha condannato 15 imputati al termine del processo con rito abbreviato nato dall’operazione Icaro, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Brescia.
Le pene superano complessivamente i 100 anni di carcere per associazione transnazionale finalizzata al traffico di cocaina. Tra le condanne più pesanti figurano quelle dei fratelli albanesi Gerardo e Shkelquim Pashja, ritenuti ai vertici della ramificazione bresciana dell’organizzazione, condannati a circa 14 e 15 anni di reclusione. Tra gli imputati condannati compare anche Genti Berisha, 26 anni, destinatario di una pena di otto anni. Il suo nome è tornato recentemente alla ribalta della cronaca perché è anche accusato di aver provocato il tragico incidente stradale in cui, la sera del 22 giugno, ha perso la vita Francesco Imprezzabile, agente della Polizia locale di Milano.
L’inchiesta era partita da una serie di arresti e controlli effettuati sul territorio bresciano, in particolare nell’area del lago di Garda, dove gli investigatori avevano individuato un intenso traffico di cocaina. Seguendo i movimenti della droga e i contatti tra gli spacciatori, gli uomini del Servizio centrale operativo, della Sisco e della Squadra Mobile di Brescia sono riusciti a ricostruire una rete molto più ampia, con collegamenti diretti tra l’Italia, l’Albania, il Sudamerica e il Nord Europa.
Secondo gli inquirenti, la cocaina partiva soprattutto da Colombia ed Ecuador, raggiungeva i grandi porti di Anversa e Rotterdam nascosta nei container, per poi entrare in Italia via terra a bordo di camion e autobus. Da qui i carichi venivano distribuiti attraverso una rete capillare che aveva proprio Brescia come uno dei principali snodi logistici. I vertici dell’organizzazione operavano come veri e propri broker internazionali, trattando direttamente con i fornitori sudamericani, seguendo l’arrivo dei carichi nei porti europei e coordinando i referenti incaricati dello stoccaggio e della distribuzione sul territorio italiano.
Per gli investigatori, il clan aveva costruito una struttura perfettamente organizzata anche nel Bresciano. A guidarla erano proprio i fratelli Pashja, considerati i referenti del clan Cela sul territorio italiano. Sotto di loro operavano diversi collaboratori bresciani con compiti ben precisi. Il ruolo più importante era affidato al 64enne Marco Morandi, considerato il referente di fiducia della cellula. Sarebbe stato lui a gestire la distribuzione della cocaina, concordare i prezzi delle partite di droga e raccogliere gli incassi dello spaccio.
Il denaro, secondo la ricostruzione investigativa, veniva poi spedito in Albania nascosto nelle valigie caricate sugli autobus della linea internazionale Helios TT, diretti verso Elbasan, con la complicità di alcuni autisti. Più in basso nella gerarchia operavano invece Roberto Gottardi, Simone Paolisso e Fabrizio Manza, incaricati del trasporto, dello stoccaggio e della consegna della droga. Proprio seguendo gli spostamenti di Paolisso, gli investigatori ottennero una delle svolte decisive dell’inchiesta.
Nel novembre 2021, il quarantatreenne venne fermato nel Veronese mentre trasportava, a bordo di un furgone, 350 chilogrammi di cocaina, un quantitativo dal valore stimato di circa 14 milioni di euro, destinato proprio alla rete bresciana del clan. Anche dopo l’arresto, secondo gli inquirenti, Paolisso avrebbe continuato a mantenere i contatti con i vertici dell’organizzazione direttamente dal carcere di Verona utilizzando un telefono criptato.
Uno degli elementi che ha caratterizzato l’inchiesta è stato l’utilizzo sistematico dei cosiddetti criptofonini, smartphone modificati con software in grado di rendere estremamente difficili le intercettazioni da parte delle forze dell’ordine. Determinante si è rivelata anche la collaborazione tra la Direzione distrettuale antimafia di Brescia e la Spak, la Procura speciale albanese contro corruzione e criminalità organizzata. Grazie alla squadra investigativa comune sono stati eseguiti arresti anche all’estero. I due presunti capi del gruppo, i fratelli Pashja, erano stati catturati uno in Albania e l’altro a Madrid, in Spagna, prima di essere estradati in Italia per affrontare il processo.
Le quindici condanne rappresentano il primo importante capitolo giudiziario dell’operazione Icaro, una delle più vaste inchieste degli ultimi anni sul traffico internazionale di cocaina con base operativa anche nel Bresciano.