L’azoto è un elemento indispensabile alla vita, ma può diventare un inquinante quando viene prodotto o disperso in quantità superiori alla capacità di assorbimento del territorio. È il tema al centro del rapporto Allevamenti intensivi in Lombardia, realizzato dal centro di ricerca EStà, che analizza il carico generato dagli allevamenti regionali di bovini e suini.
Il fenomeno riguarda in particolare le aree caratterizzate dalla presenza di grandi stalle, capannoni, vasche per lo stoccaggio dei liquami e attività di trasporto legate a mangimi e animali. Nel quadro descritto dal dossier, Brescia rappresenta uno dei territori maggiormente interessati dalla presenza degli allevamenti e dagli effetti della dispersione di composti azotati.
Un inquinante che attraversa aria, acqua e suolo
La particolarità dell’azoto è la sua capacità di muoversi tra diverse matrici ambientali. Una parte può penetrare lentamente nel terreno e raggiungere le falde sotto forma di nitrati. Un’altra può evaporare come ammoniaca e contribuire alla formazione del particolato atmosferico. In altri casi, i composti azotati possono trasformarsi in protossido di azoto, indicato nel testo come uno dei gas serra più potenti.
Gli effetti, quindi, non restano confinati all’interno delle strutture produttive. Le emissioni possono interessare l’aria, l’acqua e il suolo, mentre gli odori provenienti dagli allevamenti e dalle vasche di stoccaggio possono rimanere sospesi sui campi soprattutto nelle giornate senza vento. Il dossier descrive un impatto ambientale distribuito e non immediatamente visibile, ma in grado di protrarsi nel tempo.
La dimensione del problema in Lombardia
Il rapporto di EStà concentra l’attenzione sulla quantità di azoto prodotta dal comparto zootecnico lombardo e sul rapporto tra questo carico e la capacità dei territori di assorbirlo. Quando l’equilibrio viene meno, la quota eccedente può disperdersi nell’ambiente seguendo percorsi differenti, con conseguenze che riguardano contemporaneamente ecosistemi e qualità dell’aria.
La questione viene presentata come meno conosciuta rispetto a quella delle emissioni di anidride carbonica, ma, secondo molti ricercatori, è tra le principali emergenze ambientali del nostro tempo. Il rapporto collega infatti il tema dell’inquinamento da azoto anche alla crisi climatica, evidenziando la necessità di considerare insieme le emissioni prodotte dagli allevamenti e la capacità di gestione del territorio.
Il caso lombardo, e in particolare la situazione dell’area bresciana, viene così utilizzato per descrivere un problema che nasce dalla concentrazione delle attività zootecniche e dalla gestione dei materiali prodotti dagli animali. Il dossier richiama l’attenzione sulla presenza di un inquinante difficile da percepire a occhio nudo, ma capace di incidere su più componenti dell’ambiente e di lasciare effetti prolungati.